La parola chiave è “shalom”. Pace. Un saluto, certo, ma anche un auspicio profondo che attraversa culture, religioni e popoli. È da qui che prende avvio il dialogo con Mariagrazia Falcone, Direttore Ufficio Stampa & Pr – Turismo Religioso dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo, intervistata dall’editore Antonio Nesci ai microfoni di Fast News Platform. Un confronto che si sviluppa in un momento storico delicato, ma anche carico di segnali di ripartenza, a partire dalla riapertura dei luoghi di culto a Gerusalemme.
La città simbolo della spiritualità mondiale, Gerusalemme, torna lentamente alla normalità. Oggi è nuovamente possibile accedere ai principali siti religiosi. “È una notizia che accogliamo con grande gioia”, sottolinea Falcone. “La città si è subito rivestita di un desiderio di ritorno alla normalità. I luoghi sono aperti: dal Santo Sepolcro al Monte degli Ulivi, passando per la città vecchia e i musei”.
Un segnale forte, che riguarda non solo il turismo ma anche la dimensione spirituale di milioni di persone nel mondo. Gerusalemme, infatti, non è una città come le altre: è il cuore delle tre grandi religioni monoteiste. Un luogo che appartiene a tutti e che, come ricorda Falcone, “parla al cuore di chiunque vi arrivi”.
Non a caso, nella tradizione religiosa e culturale, la Terra Santa viene spesso definita il “quinto Vangelo”, un’espressione attribuita a Paolo VI. Un modo per indicare come l’esperienza diretta dei luoghi biblici possa arricchire e completare il percorso spirituale individuale.
Ma il valore di Israele non si esaurisce nella dimensione religiosa. Come evidenzia l’intervistata, si tratta di un territorio che racchiude storia, archeologia, cultura e innovazione. “È una terra delle radici, ma anche un paese proiettato nel futuro”, spiega Falcone, ricordando come Israele sia oggi una delle principali realtà mondiali nel campo della ricerca e delle start-up.
La riapertura dei luoghi di culto rappresenta dunque anche un primo passo verso la ripresa del turismo internazionale, duramente colpito negli ultimi anni prima dalla pandemia e poi dalle tensioni geopolitiche. Prima del Covid, i numeri parlavano chiaro: all’incirca 180mila italiani visitavano ogni anno Israele. Un flusso importante, composto in gran parte da pellegrini ma anche da turisti interessati alla storia e alla cultura.
“Oggi si può tornare”, afferma Falcone con cautela ma anche con fiducia. “La destinazione è accessibile. E noi siamo i primi a garantire la sicurezza dei visitatori: se diciamo che si può andare, è perché ci sono le condizioni”.
Un messaggio che punta a ristabilire fiducia e a contrastare percezioni spesso distorte. “Molto spesso quello che pensiamo non corrisponde alla realtà”, osserva. “L’unico modo per comprendere davvero Israele è viverlo”.
Un’esperienza che, secondo Falcone, va ben oltre il semplice viaggio. “Arrivare a Gerusalemme al tramonto è qualcosa di unico. Non è solo un percorso fisico: è una salita del cuore”. Parole che restituiscono il senso profondo di un luogo capace di generare emozioni intense, indipendentemente dal credo religioso.
Dal punto di vista pratico, il classico itinerario turistico prevede almeno una settimana di permanenza, suddivisa tra Galilea e Giudea. Ma Israele offre molto di più. Oltre ai luoghi sacri, infatti, si possono scoprire siti archeologici straordinari, come Masada o Cesarea Marittima, e città moderne e dinamiche come Tel Aviv.
Proprio Tel Aviv rappresenta l’altro volto del paese: una metropoli vivace, affacciata sul Mediterraneo, con 14 chilometri di spiagge e una vita notturna tra le più attive al mondo. “È una città che non dorme mai”, racconta Falcone. “Perfetta anche per i giovani, che possono affiancare al pellegrinaggio momenti di svago e socialità”.
Il clima mediterraneo rende Israele una destinazione ideale per gran parte dell’anno. “Dal primo marzo fino a novembre è possibile fare il bagno senza problemi”, sottolinea. Un aspetto spesso sottovalutato, che amplia ulteriormente le potenzialità turistiche del paese.
Un altro elemento distintivo è la straordinaria varietà culturale. “In Israele convivono oltre 150 culture diverse”, spiega Falcone. Una ricchezza che si riflette anche nella cucina, frutto di contaminazioni e tradizioni provenienti da tutto il mondo. Dai mercati di Gerusalemme allo street food di Tel Aviv, l’esperienza gastronomica diventa parte integrante del viaggio.
Non mancano, inoltre, i legami con l’Italia. Dalla presenza di comunità italiane attive nel campo della ricerca e dell’arte, fino alla collaborazione accademica e culturale. “Molti italiani lavorano in Israele, anche in ruoli di grande responsabilità”, ricorda Falcone. Un esempio è il coinvolgimento di studiosi italiani negli scavi archeologici del Santo Sepolcro.
Un rapporto solido, che si riflette anche nei flussi turistici e nei collegamenti aerei. L’aeroporto principale resta il Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, con voli diretti dalle principali città italiane. Negli anni, anche le compagnie low cost hanno ampliato l’offerta, rendendo la destinazione sempre più accessibile.
Ma oltre ai numeri e alla logistica, ciò che emerge con forza dall’intervista è il valore umano dell’esperienza. Falcone racconta con orgoglio il lavoro svolto durante le fasi più critiche, quando molti turisti si sono trovati bloccati nel paese. “Abbiamo fatto tutto il possibile per aiutarli a rientrare, organizzando trasferimenti verso aeroporti alternativi. Non abbiamo lasciato indietro nessuno”.
Un impegno che va oltre la promozione turistica e che testimonia un approccio fondato sull’accoglienza e sulla responsabilità.
In questo contesto, parlare di turismo religioso significa anche parlare di dialogo, convivenza e comprensione reciproca. “Israele è un paese accogliente, dove vivono persone di religioni ed etnie diverse”, sottolinea Falcone. “Ci sono due milioni di arabi israeliani, cittadini a tutti gli effetti. È una realtà complessa, ma anche profondamente dinamica”.
E proprio da questa complessità nasce il valore del viaggio. Visitare Israele significa confrontarsi con la storia, ma anche con il presente. Significa comprendere le radici di molte culture e, allo stesso tempo, osservare un paese che guarda al futuro.
La speranza, naturalmente, resta quella di una pace duratura. “Non so se e quando arriverà”, ammette Mariagrazia Falcone. “Ma lo spero, come tutti”. Un sentimento condiviso, che trova eco nelle parole di Giovanni Paolo II, ricordato durante l’intervista per il suo legame profondo con la Terra Santa.
Nel frattempo, la vita continua. E con essa anche il desiderio di viaggiare, conoscere, incontrare. “La vita deve andare avanti”, conclude Nesci. “Non è indifferenza, è realtà”.
Una realtà che oggi, tra difficoltà e segnali di ripresa, torna a passare anche da Gerusalemme. Dove la parola “shalom” continua a risuonare come un invito universale: alla pace, al dialogo, al ritorno.
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