Categories: Cultura e Società

“Silenzio”: le maschere dietro all’incomunicabilità secondo gli Aabu

Con il nuovo singolo “Silenzio”, gli AABU affrontano uno dei temi più spinosi e attuali: l’incomunicabilità. Ma lo fanno in modo originale, chiedendosi quante maschere possa indossare un silenzio, quanto dolore possa nascondere ciò che non viene detto. Il brano è un invito a rompere quel muro invisibile fatto di fraintendimenti e paure, a togliere i filtri e ritrovare il coraggio della verità, in un mondo in cui parlare è facile, ma ascoltare davvero è diventato raro.

Tra synth anni ’80 e un beat incalzante, “Silenzio” mette in scena il cortocircuito tra apparenza e profondità emotiva, fondendo musica e parole in un unico messaggio potente: basta maschere, è tempo di comunicare. In questa intervista, gli AABU raccontano la genesi del brano, le riflessioni personali che lo hanno ispirato e la speranza di riuscire, attraverso la musica, a creare spazi di autentica comprensione.

“Silenzio” nasce da una domanda forte: quante maschere può indossare un silenzio? Cosa ha fatto scattare questa riflessione in voi?
Molto spesso, i silenzi generano fraintendimenti, illusioni, incomprensioni. Le parole non dette si trasformano in concetti ambigui, mascherati, nascosti. Come se ogni silenzio fosse un travestimento, qualcosa che cela invece di rivelare.
Abbiamo vissuto in prima persona l’esperienza di dover interpretare i silenzi, anche quelli delle persone più care. E non è semplice: si finisce per proiettare, per fraintendere. Shakespeare scriveva: “Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni.”
Ecco, il silenzio molto spesso è proprio questo.
“Silenzio” vuole essere questa richiesta: basta maschere. Quando si vuole comunicare, facciamolo davvero.

Come avete lavorato per tradurre il peso dell’incomunicabilità in suono e arrangiamenti?
Il processo creativo è nato in maniera spontanea. Lavorando con Simone Laurino, il nostro produttore, abbiamo deciso di esplorare sonorità sintetiche ed elettroniche, capaci di evocare il concetto stesso di maschera.
La scelta di un beat incalzante, ispirato alle sonorità anni ’80, in contrasto con la profondità del testo, crea un cortocircuito che rappresenta perfettamente il tema: dietro l’apparenza ritmata e accattivante si cela un’urgenza emotiva profonda.

C’è un episodio personale o collettivo che ha ispirato la scrittura del brano?
Più che un singolo episodio, è una somma di esperienze. Ogni giorno ci confrontiamo con silenzi che separano, che feriscono, che allontanano.
Che siano legati a dinamiche personali o sociali, ci sembrano sempre strumenti di distanza. Con questo brano chiediamo che si torni a parlare, a dire le cose come stanno.

La paura di restare soli è centrale nel testo: secondo voi oggi è più difficile comunicare o ascoltare?
Senza dubbio, ascoltare.
Oggi tutti possono comunicare, in mille modi diversi: con un post, un outfit, una story. Ma quanti sono davvero disposti ad ascoltare?
L’ascolto richiede tempo, impegno, curiosità. Significa mettersi da parte, entrare nel mondo dell’altro. Viviamo in una società che premia l’individualismo, e trovare qualcuno che voglia davvero ascoltare — senza giudicare, senza rispondere solo per parlare — è raro. Ma necessario, se vogliamo davvero costruire legami.

Cosa sperate arrivi al pubblico, una volta finito l’ascolto?
La voglia di rompere il silenzio.
Il desiderio di farsi capire e, allo stesso tempo, di mettersi in ascolto.
Vogliamo che resti la sensazione che comunicare — e comprendersi — sia ancora possibile. Perché comprensione è il primo passo verso l’accettazione.
Se non condividiamo, restiamo soli.

Chiara Stanzani

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