Cultura e Società

Joy Garrison a Città di Castello, lunedì 8 dicembre 2025, nella storica cornice della chiesa di San Francesco

Il concerto di Città di Castello rappresenta un’occasione preziosa per ascoltare una voce che ha saputo fondere tradizione afroamericana e ricerca europea, delineando un percorso musicale di rara coerenza e vitalità.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Il Joy Garrison Quartet si esibirà a Città di Castello (PG) lunedì 8 dicembre 2025, alle ore 17.00, nella storica e suggestiva ambientazione della chiesa di San Francesco. L’evento è promosso dall’Associazione Città di Castello Jazz & Blues, presieduta da Natascia Ercolani, con la direzione artistica di Amedeo Ariano, in collaborazione con l’Associazione Commercianti ed il Comune di Città di Castello.

Joy Garrison, nata a New York e figlia d’arte, ha intrapreso il canto sotto la guida del padre Jimmy Garrison, contrabbassista per anni nello storico quartetto di John Coltrane. La sua formazione si è nutrita dei palcoscenici più significativi di Manhattan, dove ha condiviso la scena con figure di rilievo quali Barney Kessel, Cameron Brown, Billy Hart, Ronnie Matthews, Hank Jones, Kevin Hubanks e Alberta Hunter. La sua voce, capace di attraversare con naturalezza il jazz, il gospel, il soul, il blues e il funk, si distingue per un profilo acustico ricco di sfumature e per una sensibilità interpretativa che le consente di modulare ogni repertorio con consapevolezza tecnica e intensità espressiva.

Joy Garrison si colloca in un alveo che ha visto decine di singers afro-americane ridefinire il canto jazz e blues, ciascuna con una propria fisionomia sonora e un diverso rapporto con la tradizione. La sua vocalità, pur radicata nella matrice black, si distingue per una capacità di modulare il fraseggio con una libertà che richiama alcune figure storiche e al tempo stesso se ne discosta. Se pensiamo a Billie Holiday, la similitudine risiede nella tensione emotiva che trasforma ogni nota in confessione, ma Joy tende a evitare quella fragilità estrema, scegliendo piuttosto un controllo tecnico che la avvicina a Sarah Vaughan, la quale ha ampliato la gamma armonica del canto jazz con un registro quasi orchestrale. Con Ella Fitzgerald condivide la padronanza dello scat e la precisione ritmica, pur mantenendo un approccio meno virtuosistico e più narrativo. Rispetto a Dinah Washington, che ha saputo fondere blues e jazz con una chiarezza interpretativa quasi didattica, Joy introduce una trama espressiva più stratificata, capace di oscillare tra il colore fonico del gospel e la velatura acustica del soul. In confronto a Carmen McRae, la cui forza stava nella capacità di piegare la frase musicale con ironia e distacco, Joy privilegia un’intensità diretta, più vicina alla dimensione spirituale di Mahalia Jackson, pur senza abbandonare la libertà improvvisativa tipica del jazz. La diversità rispetto ad interpreti come Nina Simone emerge nella relazione con il testo: Simone trasformava ogni parola in manifesto politico e sociale, mentre Joy mantiene un registro più musicale che discorsivo, ponendo l’accento sulla fisionomia del suono e sull’interplay con gli strumentisti. Con Alberta Hunter condivide la radice blues, ma la sua voce si apre a contaminazioni funk e soul che la collocano in un orizzonte più ampio. In questo confronto, Joy Garrison appare dunque come interprete capace di far dialogare la memoria con una sensibilità contemporanea, mantenendo affinità con Holiday, Vaughan e Fitzgerald, ma differenziandosi per un equilibrio che unisce intensità emotiva e consapevolezza tecnica.

Stabilitasi da molti anni in Europa, con sei album all’attivo, Garrison svolge la propria attività prevalentemente come solista, portando la sua musica in numerosi festival e teatri del continente. Oggi vive in Italia, dove continua a proporre la sua arte, sostenuta anche dalla collaborazione con il marito Fabrizio Aiello, percussionista di riconosciuta autorevolezza nel panorama jazzistico. La sua carriera è segnata da partecipazioni a trasmissioni televisive e radiofoniche, sia come solista sia al fianco di artisti di diversa provenienza e sensibilità: Zucchero, Carmen McRae, Giovanni Tommaso, Tony Scott, Renzo Arbore, Romano Mussolini, Gloria Estefan e molti altri.

Il concerto di Città di Castello rappresenta dunque un’occasione preziosa per ascoltare una voce che ha saputo fondere tradizione afroamericana e ricerca europea, delineando un percorso musicale di rara coerenza e vitalità.

Redazione

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